ELOGIO DELLA LENTEZZA di Lamberto Maffei

Oggi, se parliamo di ozio, lo facciamo attribuendo a questo termine una valenza esclusivamente negativa e lo intendiamo come pigrizia o inerzia, associandolo ai vizi peggiori, ma l’otium, contrapposto al negotium – cioè al non ozio, che assume il senso di attività lavorativa – un tempo aveva tutt’altra valenza, ovvero quella di tempo libero per la riflessione, per gli studi, per il pensiero, per far emergere da noi stessi le verità nascoste. La repulsione dell’ozio che abbiamo imparato a venerare in onore di una consumistica frenesia visiva e cognitiva dai tratti patologici, sta obnubilando la nostra capacità critica e creando in noi frustrazioni e affanni. Percepiamo il problema, ma non riusciamo ad afferrarlo completamente. Ci viene in soccorso “Elogio della lentezza”, di Lamberto Maffei, edito da “il Mulino”, che nelle sue 146 pagine dense di significato, di cui consiglio vivamente la lettura, riflette sui meccanismi cerebrali che guidano le reazioni rapide dell’organismo umano, di origine genetica e culturale, analizzando l’attuale società in cui il pensiero rapido ha la meglio e il “fare” sembra prevalere nettamente sul “pensare”. Lo fa invitando a riconsiderare il pensiero lento, connaturato all’uomo, basato principalmente sul linguaggio e sulla scrittura, anche a livello di educazione scolastica. In fondo “una società che si mette in competizione con la biologia è destinata a perdere”. A me pare che tutto sia cambiato quando abbiamo deciso di attribuire all’economia un ruolo privilegiato nella ricerca della felicità. Qualcuno ha pensato che l’aumento del PIL potesse generare, come sottoprodotto, ricchezza intellettuale e civiltà, senza considerare che il valore dell’uomo e la sua felicità non sono misurabili e che, come dice l’autore, sono strettamente connessi a piaceri che necessitano di “preparazione, di una base culturale e comportamentale per essere apprezzati”, come la poesia, la contemplazione della natura, il gioco, il pensare per il pensare, le discussioni…aspetti che non implicano affatto maggiori consumi quanto piuttosto, per essere valorizzati, una riduzione degli stessi.

Ciononostante questa mentalità ha continuato a sussistere e ha implicato un progresso ed una diffusione della tecnologia senza pari che, a sua volta, ha generato mutamenti sociali di portata sorprendente ma soprattutto l’accelerazione del tempo, una vera e propria rivoluzione del pensiero al quale l’essere umano si è tristemente adeguato senza intravvedere alcuna via di fuga. Un tempo oggi non più continuo quanto piuttosto saltatorio, come diviso in una serie di punti in scarsa correlazione fra loro, eventi indipendenti che la memoria sembra non conservare. Il concetto portato dalla locuzione latina hic et nunc viene così completamente stravolto nel proprio significato, facendoci intendere come oggi il tempo sia solo il momento presente e come la memoria non intervenga più allo stesso modo nella pianificazione del presente e del futuro.

Tutto questo implica una maggiore diffusione del pensiero rapido anche perché “il pensiero lento è un pensiero pesante da portare, che trascina con sé il fardello della memoria, il peso dei dubbi e le incertezze dei ragionamenti”. L’economia, dal canto suo, favorisce inevitabilmente questa tendenza perché ha letteralmente bisogno di yes-men. Non è suo interesse rendersi complice della formazione di menti critiche che, seguendo la ragione, potrebbero poi difendere sostenibilità e sobrietà, in totale contrasto con gli interessi del mercato. “La strategia economica non uccide né esilia gli uomini, dal pensiero irriverente: li isola, li ignora, li degrada economicamente, come si fa con gli insegnanti, con i ricercatori e anche purtroppo con i poveri, senza pietà“. Occorre, tuttavia, tenere sempre in considerazione che il cervello umano è stato costruito con la tecnica della lentezza e anche grazie ad essa si è differenziato, senza contare che, come dice Lamberto Maffei, “andare più veloci non significa conoscere più di quello che la strada offre e nessuno vuole arrivare prima alla fine della propria strada”.

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