ARCHITETTURA OPEN SOURCE – Verso una progettazione aperta – di Carlo Ratti

C’è un aspetto delle nostre vite che ritengo ci influenzi molto più di quanto siamo disposti ad ammettere. Sono le costruzioni che ci circondano che hanno per così dire in gran parte preso il posto della natura circostante. Come si può facilmente intuire, quando si decide di “prendere il posto della natura”, si dovrebbe quanto meno cercare di rimanere in armonia con essa. Al contrario, per una complicata serie di motivazioni, di solito si assiste alla messa in scena di palcoscenici orribili per le nostre quotidianità, che influiscono pesantemente sui nostri stati d’animo e alimentano frustrazioni tali da incidere fortemente sulle nostre scelte di ogni giorno e, ancora peggio, sui nostri percorsi di vita.

Non credo si possa negare che l’architettura oggi, quando non si è allontanata dalla “bellezza”, di certo si è allontanata dall’”uomo”.

Sempre più spesso si assiste ad un’artefatta ovazione alle cosiddette “archistar” che eclissa quasi completamente le potenzialità creative di tutto il restante universo dell’architettura. Mi sento di affermare, tuttavia, che è proprio quest’ultimo a rappresentare l’architettura più vera, quella che, risultando più incline ad accondiscendere all’innegabile capriccio dell’uomo di voler rimanere “protagonista” e assecondando le sue apparentemente insignificanti esigenze, finisce per costituire una più efficace rappresentazione della cultura e delle tradizioni dei popoli che, nelle città erette in tal guisa, ci vivono. Una sorta di libro nel quale possiamo leggere chi siamo quando viviamo insieme e magari intuire come sfruttare questa opportunità per vivere meglio.

Se ci guardiamo alle spalle, tuttavia, possiamo constatare che in passato la progettazione già sposava metodi collaborativi e assecondava una creatività  proveniente dal basso ed è innegabile che l’esilio da questa metodologia progettuale ci sia costato molto caro. Oggi, sempre più intensamente, si avverte la necessità di ritornare sui nostri passi e questa tendenza si sta concretizzando ottimamente nel  movimento open source e nei nuovi modelli di partecipazione in rete.

In questo piacevolissimo libro, scritto da Carlo Ratti (www.carloratti.com ), architetto, ingegnere ed insegnante al MIT nonché fondatore del Senseable City Lab (www.senseable.mit.edu ), con i contributi di  Matthew Claudel, ricercatore presso il Senseable City Lab del MIT, viene spiegato il grande rinnovamento nel modo di progettare che si sta attuando oggigiorno. Partendo dalla descrizione dell’architetto “prometeico”, l’autore illustra quella che può essere definita l’architettura dal basso, lo fa senza mancare di  soffermarsi a spiegare perché il paradigma della partecipazione spesso sia fallito e lasciandoci tuttavia con una domanda: “E’ possibile che una nuova éra delle reti possa fornire gli strumenti  connettivi in grado di trasformare l’eterno paradigma della partecipazione in azione concreta?”. A questa domanda offre una risposta in questo gradevole testo, edito da Einaudi, dove illustra come sia possibile imparare dalla rete considerando paradigmi partecipativi nel mondo digitale e come le tecnologie per la collaborazione digitale siano diventate tangibili e l’open source sia diventato fisico, fino ad arrivare a delineare la figura del cosiddetto “architetto corale” al quale viene attribuito il compito di “contraddire il proverbio secondo cui troppi cuochi rovinano il brodo. Molti cuochi, infatti, faranno benissimo all’arte della cucina, se saranno accompagnati da uno chef di talento”. Ratti, invero, fugando i dubbi circa la rilevanza della figura dell’architetto all’interno di questa nuova visione, sostiene che l’autorialità dell’architetto non verrà cancellata ma contestualizzata, penetrando nell’ordito di un tessuto relazionale e aggiunge quanto segue: “Ci troveremo a metà strada tra un processo dall’alto e un processo dal basso, e l’energia pura del secondo sarà incanalata per mezzo dello schema mirato del primo. La responsabilità dell’architetto corale è meno orientata verso la costruzione di oggetti e più diretta a un processo di orchestrazione. L’architetto corale non è un solista, né un direttore d’orchestra, né una voce anonima in una moltitudine. L’architetto corale intreccia insieme l’ensemble creativo e armonico”.

In questa direzione, come espresso chiaramente nel manifesto iniziale sull’Architettura Open Source, pubblicato su Domus, quest’ultima si propone di sostituire le forme geometriche dell’architettura statica con processi dinamici e partecipativi, network e sistemi informatici. “Si basa”, insomma,” sul supporto dei dilettanti, sull’esperienza dei professionisti, sulla genialità delle masse e su quella individuale, erodendo la distinzione binaria tra l’autore e il suo pubblico”.

In conclusione, leggendo questo piacevole testo e visitando la Biennale di Venezia di quest’anno che, a mio avviso, offriva diversi richiami a questo innovativo movimento, ho potuto constatare quanto l’Architettura Open Source sia una grande sfida per il domani e francamente, per il bene comune, spero sapremo tutti accogliere nel migliore dei modi questa interessante nuova prospettiva … perché … so che lo percepite anche voi … è urgente tornare alla bellezza, all’armonia con la natura e con noi stessi …

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